La poesia italiana – parte quinta

La scorsa volta, in “La poesia italiana – parte quarta“, vi ho parlato del sonetto e ne ho costruito uno da zero. Con che risultato, sta a te, giovane lettore, dirlo. Di certo non si tratta di un capolavoro, ma serviva per dare l’idea di come si fa; in realtà chi compone, non sempre segue schemi preconfezionati, ma lascia scorrere le parole che vengono fuori quasi in automatico. E’ un dono, ma senza dubbio può essere alimentato, come sempre, studiando.

Abbiamo visto che il sonetto è un breve componimento poetico, il cui nome deriva dal provenzale “sonet” (piccolo suono, diminutivo di son: suono, melodia). Nella sua forma tipica, è composto da quattordici versi endecasillabi raggruppati in due quartine (fronte) a rima alternata o incrociata e in due terzine (sirma) a rima varia. Sui sonetti si potrebbe scrivere più di un libro, quindi mi accontento di averne parlato e passo avanti.

La canzone, dal provenzale “canso”, è un genere metrico formato da un numero variabile di strofe dette stanze, di solito 5, 6 o 7, più eventualmente una stanza più piccola, detta congedo/commiato, in cui il poeta si rivolge direttamente al lettore o al componimento stesso.

La canzone è ancora più antica del sonetto, in quanto veniva usata nella poesia provenzale. Poi, nell’umanesimo, Dante e Petrarca ne codificarono le regole, a tal punto che un tipo di canzone si chiama “petrarchesca”.

La canzone non ha avuto nei secoli lo stesso duraturo successo del sonetto, poiché le complicazioni e gli arzigogoli della sua struttura hanno attratto sempre meno i poeti, man mano che ci si allontanava dal Medioevo e dal suo modo di vivere e di pensare.

Leopardi fu forse il migliore interprete di questo genere, tanto da modificarne la struttura in un tipo di canzone detta “leopardiana”: le strofe sono di un numero di versi differente e non hanno alcuna simmetria o ripetitività, le rime sono sparse e casuali. Ma Leopardi era Leopardi…

 

Silvia, rimembri ancora
Quel tempo della tua vita mortale,
Quando beltà splendea
Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,
E tu, lieta e pensosa, il limitare
Di gioventù salivi?
Sonavan le quïete
stanze, e le vie dintorno,
al tuo perpetuo canto,
allor che all’opre femminili intenta
sedevi, assai contenta
di quel vago avvenir che in mente avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
così menare il giorno.

(Giacomo Leopardi, “A Silvia”, vv. 1-14)

Il terzo tipo di composizione poetica “classica”, con il Sonetto e la Canzone, è la ballata, che in origine era accompagnata non solo dalla musica, ma anche dalla danza (infatti era detta anche “canzone a ballo”). La struttura metrica è piuttosto varia e simile a quella della Canzone, ma con strofe in genere più brevi e meno numerose. La caratteristica peculiare però è di avere all’inizio una piccola strofa di pochi versi che costituisce la “ripresa” (o “ritornello”).

Dovendo accompagnare il canto ed il ballo tondo, la ballata possedeva le sue proprie regole ritmiche: era composta, quindi, da un ritornello di introduzione, seguito da una o più strofe, chiamate stanze cantate dal solista, e da un ritornello, detto ripresa, (lat. responsorium) che veniva ripetuto dopo ogni stanza e cantato da un coro. La stanza stessa richiamava il ritornello (ripresa) con la sua rima finale.

La stanza della ballata, nel suo schema tipico italiano, comprende due parti. La prima parte è divisa in due piedi o mutazioni con un numero di versi uguali e uguale tipo di rima, mentre la seconda parte, chiamata volta, si lega ai piedi con la sua prima rima e alla ripresa con la sua ultima rima, grazie ad una struttura metrica uguale a quella della ripresa, come si può vedere nello schema:

A B B A (Ritornello) – C D C D (Piede) D E E A (volta) – A B B A (ritornello) ecc. ecc.

Gli endecasillabi misti a settenari sono i versi maggiormente usati nella ballata e le rime possono essere disposte in modo differente con la regola che l’ultimo verso della volta faccia rima con l’ultimo verso della ripresa.

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ‘l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’e certezza.

[…]

(Lorenzo De’ Medici, Trionfo di Bacco e di Arianna)

O anche in

Una pallida faccia e un velo nero
spesso mi fa pensoso de la morte,
ma non in frotta io cerco le tue porte,
quando piange il novembre, o cimitero.
 
Cimitero m’è il mondo allor che il sole
ne la serenità di maggio splende
e l’aura fresca move l’acqua e i rami,
e un desio dolce spiran le viole
e ne lo rose un dolce ardor s’accende
e gli uccelli tra l’ verde fan richiami:
quando più par che tutto il mondo s’ami
e le fanciulle in danza apron le braccia,
veggo tra l’ sole e me una faccia,
pallida faccia velata di nero.

(Giosuè Carducci, Ballata dolorosa)

Il poeta propone il tema della morte della donna amata che egli vede dovunque, come un filtro fra sé e gli oggetti, così che tutto attorno diventa un cimitero. Il contrasto vita-morte è reso molto forte dal fatto che non siamo in autunno, per le festività dei morti, ma in pieno maggio, in una primavera profumata e colorata, ricca di canti e di vitalità. Ora per Carducci il volto della donna, la memoria dolorosa riesce a eclissare persino la luce del sole, trasformando il disco solare nel volto velato di nero della donna amata.

La ballata ha avuto molto successo anche all’estero, tanto che certi tipi di canzoni moderne vengono chiamati ancora oggi “ballate”, come ad esempio “Rime of the Ancient Mariner” del gruppo heavy metal inglese Iron Maiden, omaggio a “La ballata del vecchio marinaio”, scritta e ripresa più volte da Samuel Taylor Coleridge e pubblicato nel 1798 nell’introduzione della raccolta romantica “Ballate liriche” (Lyrical Ballads) di William Wordsworth e dello stesso Coleridge. Si dice che anche Baudelaire si sia ispirato a questa ballata per la sua “L’Albatro”.

Il madrigale è un breve componimento, che ebbe molta fortuna dal XIV al XVIII secolo, non solo dal lato poetico ma anche musicale. Consisteva in origine di due o tre strofe di tre endecasillabi con rapporti vari di rima, seguiti da due endecasillabi a rima baciata, oppure da quattro endecasillabi a rima alternata.

Agnel son bianco e vo belando be,
e, per ingiuria di capra superba
belar convengo e berdo un boccon d’erba
El danno è di colui, io dico in fè
che grasso mi de’ aver con lana bionda,
se capra turba e non m’abbi tonda.
Or non so bene che di me sarà,
ma pur giusto signor men mal vorrà.

(F. Sacchetti, Agnel son bianco)

Potrei ora continuare per pagine e pagine, ma non avendo questi miei scritti la presunzione di voler rappresentare un manuale, mi fermo qui, consigliando magari di leggere qualche libro sull’argomento. Lascio fuori la sestina (o sesta rima), l’ottava (o ottava rima), lo strambotto, lo stornello ed altre forme di poesia meno usate.

Non lascio fuori il “rondò italiano”, per tutta una serie di motivi.

Intanto la poesia, come da me descritta fin ad ora, sembra sia nata più o meno nello stesso periodo, con piccole modifiche successive. Prima la scuola siciliana del duecento, poi quella toscana hanno posto le basi per tutta la poesia che è seguita nei secoli successivi.

La poesia è stata, prima di Mike Bongiorno e della TV, il collante che ha unificato la lingua trasformandola in italiano. Purtroppo però, apparentemente, non c’era rimasto molto da inventare, tanto che nel Novecento sembra si sia passati da una fase in cui si è rinunciato all’armonia, andando a capo senza motivo solo per far credere di fare poesia e non prosa.

Eppure si possono fare cose nuove, anche in linea con la tradizione. Prima di tutto si possono usare le forme consuete, ma con un linguaggio e una tematica moderni. Inoltre non c’è limite alla fantasia con cui si possono combinare o inventare forme metriche diverse e giochi di rime (se piace la rima); e infine, quando si vuole, ci si possono porre ostacoli e fare con sé stessi sfide sempre nuove.

Vi sono, sia in musica che in poesia, molte composizioni che hanno avuto il nome di rondò (vedi ad esempio D’Annunzio), ma nel 1995 Dalmazio Masini, presidente dell’Accademia Vittorio Alfieri, che ha ispirato con il suo manuale questi miei scritti sulla poesia, ha inventato il rondò italiano.

 È una forma di poesia che, se è composta da X quartine, osserva il seguente schema di rima: ABAB BCBC CDCD DEDE EFEF e l’ultima quartina finisce con XAXA.

L’ultima rima di ogni quartina bacia la prima rima della successiva quartina, mentre l’ultima rima dell’ultima quartina bacia la prima rima della prima quartina. Un gioco di rime davvero sorprendente.

E non ci sono limiti al numero di quartine, l’importante è rispettare la ciclicità.

Quel bosco di natura acquitrinoso
copriva il proprio lembo di giunchiglia
e serpeggiava il margine pietroso
dov’era la mia casa e la famiglia.
Andavo con gli amici a far guerriglia
nelle ore più serene del mattino;
poi, tra cespugli e pozze di fanghiglia,
giocavamo per ore a rimpiattino.
Era un sollazzo arrampicarsi a un pino
e dare un lungo sguardo ai giunchi in fiore,
ove ciascun faceva un pensierino
perché il futur fosse forier d’amore.
Talvolta qualche uccello cantatore
ci affascinava col suo dolce canto,
mentre una fiamma s’accendeva in cuore,
come se il primo amor ci fosse accanto.
Dov’era il bosco apparve per incanto:
ruspa, cemento e il trafficare uggioso;
e quel ricordo non l’ho ancora infranto
perché l’ho chiuso in me e ne son geloso.

(Alfredo Varriale, Dov’era il bosco)

Termina con il rondò italiano questa serie sulla poesia italiana, che sicuramente avrà un seguito, avendo l’argomento un tale fascino (per me) da non poter terminare in sole cinque “parti”. E poi ho trattato solo la poesia italiana! Altrettanto affascinante sono la metrica classica greca e latina, per non parlare della metrica inglese, francese o spagnola. Insomma, ne abbiamo di che parlare!

La poesia italiana – parte quarta

Siamo quasi in fondo, ancora un paio di capitoli e vedremo la fine di questa introduzione alla poesia italiana, iniziata con “La poesia italiana – parte prima”, in cui ho parlato di metrica, continuata con “La poesia italiana – parte seconda” in cui ho parlato di versi e sillabe e proseguita con “La poesia italiana – parte terza” in cui ho parlato delle rime. Oggi parleremo di strofe e di composizioni.

La strofa è un raggruppamento di versi in un più ampio periodo ritmico. Se le poesie sono rimate, quello che unisce un gruppo di versi in genere è proprio il gioco delle rime.

Naturalmente la strofa più semplice è quella di due soli versi; un esempio famoso si ha ne “La cavalla storna” del Pascoli, formata da distici (cioè coppie di versi) a rima baciata.

O cavallina, cavallina storna, A
che portavi colui che non ritorna; A
tu capivi il suo cenno ed il suo detto! B
Egli ha lasciato un figlio giovinetto; B

Strofe di tre versi, dette terzine, sono, ad esempio, quelle della Divina Commedia.

Cerbero, fiera crudele e diversa, A
con tre gole caninamente latra B
sovra la gente che quivi è sommersa. A
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra, B
e ’l ventre largo, e unghiate le mani; C
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra. B

(Dante Alighieri, da Divina Commedia, Inferno, Canto VI, vv. 13-18).

Esempi di “quartine”, cioè strofe di quattro versi si trovano in “Canzone” di Ungaretti e in “Meriggiare pallido e assorto” di Montale, o anche in

I cipressi che a Bolgheri alti e schietti A
van da S. Guido in duplice filar, B
quasi in corsa giganti giovinetti A
mi balzarono incontro e mi guardar B

(Giosuè Carducci, Davanti a San Guido, vv. 1-4).

Sono quartine le prime due strofe dei Sonetti e tutte le strofe dei Rondò, che poi vedremo.

Le quartine sono generalmente rimate a rima alternata (schema A B A B) o a rima incrociata (A B B A), ma possono essere rimate in parte, per esempio solo i due versi interni, oppure solo il primo e il terzo.

Sarebbe bene però, dopo avere scelto un qualunque schema di rima, mantenerlo in tutte le strofe. Cambiare schema, anche se gli autori moderni a volte lo fanno, rende la poesia un po’ meno gradevole e può denotare una certa difficoltà nel far convivere il contenuto con la forma, e questo è comunque un limite. Altri tipi di strofe più lunghe le vedremo poi parlando di composizioni.

Terzine e quartine sono quelle più usate in assoluto, ma esistono strofe a sei e a otto versi, dette rispettivamente sestine e ottave. Queste ultime hanno i primi sei versi a rime alternate e gli ultimi due a rima baciata (AB AB AB CC). L’ottava è per tradizione la strofa della poesia epica perché si presta alla narrazione.

Le donne, i cavalier, l’arme, gli amori, A
le cortesie, l’audaci imprese io canto B
che furo al tempo che passaro i Mori A
d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto B
seguendo l’ire e i giovenil furori A
d’Agramante lor re, che si diè vanto B
di vendicar la morte di Troiano C
sopra re Carlo imperator romano. C

(Ludovico Ariosto, proemio al “Orlando Furioso”, Canto I, 1).

Il sonetto è una composizione poetica in 14 versi. Questi versi devono essere endecasillabi, cioè generalmente formati da 11 sillabe o come avevo detto, “un endecasillabo è un verso che ha l’ultimo accento tonico in posizione n. 10”; i 14 versi endecasillabi del sonetto devono essere suddivisi in quattro strofe, cioè raggruppamenti di versi. Nel sonetto queste strofe devono essere una coppia di quartine ed una coppia di terzine, per un totale, appunto, di 14 versi.

Essenziale, per la costruzione delle strofe, che i versi siano disposti secondo una struttura di rime. Per capire la struttura delle rime devi osservare e pronunciare la parola finale di ciascun verso: se senti una rima perfetta o un suono molto vicino a essa (consonanza od assonanza) tra due versi o più di due, vuol dire che questi sono in rima.

La lingua italiana è estremamente musicale: non per niente il melodramma è nato in Italia, e proprio a Firenze, nel XVI secolo. Ciò significa che le parole nel verso tendono a fondersi: tale fusione deve essere considerata nel verso, altrimenti esso eccede e non possiamo rispettare più l’endecasillabo, con grave danno per la musicalità del sonetto.

Le parole si fondono quando si incontrano, nella sillaba finale, con altre che cominciano per vocale. Tutte le parole italiane finiscono per vocale, quindi questa situazione è molto comune. Quando accade abbiamo una sinalefe, dal greco συναλείφω, cioè ungo insieme, incollo: questo legame fa una sillaba a sé. Il contrario è una dialefe.

 Gli schemi più comuni di sonetto sono questi:

ABAB.ABAB – CDC.DCD

ABAB.ABAB – CDE.CDE

ABAB.ABAB – CDC. ECE

ABBA.ABBA – CDE. EDC

Vediamo un esempio:

Forse perché della fatal quïete A
tu sei l’immago a me sì cara vieni B
o Sera! E quando ti corteggian liete A
le nubi estive e i zeffiri sereni, B
   
e quando dal nevoso aere inquïete A
tenebre e lunghe all’universo meni B
sempre scendi invocata, e le secrete A
vie del mio cor soavemente tieni. B
   
Vagar mi fai co’ miei pensier su l’orme C
che vanno al nulla eterno; e intanto fugge D
questo reo tempo, e van con lui le torme C
   
delle cure onde meco egli si strugge; D
e mentre io guardo la tua pace, dorme C
quello spirto guerrier ch’entro mi rugge. D

(Ugo Foscolo, Alla sera)

Il sonetto, composizione italiana “DOC”, è stato imitato nelle letterature straniere, in inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, russo, per esempio ad opera di Shakespeare, Baudelaire, Mallarmé, Borges, Machado e tanti altri. Poiché la metrica è strettamente legata alle caratteristiche lessicali e fonetiche di ciascuna lingua, gli schemi di rime in questi sonetti “stranieri” possono essere diversi e talvolta semplificati.

Una caratteristica importante del sonetto è racchiudere tutto quel che si vuol dire nell’arco di quattordici versi, non di più e non di meno, possibilmente con naturalezza, senza sforzarsi ad allungare o a stringere.

Allora proviamoci, vediamo se è così difficile!

Come ogni tipo di testo, anche la poesia vuole un suo schema progettuale: non si può improvvisare una poesia costruita secondo gli schemi metrici classici.

Intanto occorre concentrarsi su ciò che vogliamo esprimere nel nostro sonetto.

Scegliamo un argomento. Visto che siamo nel periodo delle feste natalizie, scegliamo il Natale. Ora decidiamo se preferire gli aspetti visivi del Natale oppure concentrarci sui suoni, sui profumi o, ancora privilegiare l’area semantica del gusto o del tatto.

Oggi è Santo Stefano e, mentre sto pensando agli esempi che posso dare per insegnarvi la tecnica della costruzione del sonetto, guardo fuori dalla mia finestra e mi faccio ispirare dai colori del mio giardino, dei suoi profumi e dai suoni di esso.

Mi concentro sulle parole chiave intorno alle quali strutturare le idee e le sviluppo come brevi pensieri, anche frasi semplici:

  • Santo Stefano,
  • Natale,
  • feste, vacanze, ferie,
  • grigio (della ghiaia, del gatto del vicino, del cielo),
  • argento (dei miei ulivi, della chioma di mio suocero che gioca col nipotino),
  • bianco (del soffione, del fumo del camino acceso),
  • i versi dei passerotti o dei merli,
  • gridolini di mio figlio che gioca con il nonno,
  • gli alberi da frutto di mio suocero,
  • persiane socchiuse,
  • il soffritto del sugo della pietanza natalizia.

Comporre in poesia non è banale: i pensieri poetici sono molto più sintetici di quelli in prosa. La poesia mi dà la possibilità di dire con una sola parola moltissimo! Infatti sono esistiti dei poeti talmente abili da racchiudere un senso universale in un solo verso (Ungaretti, Quasimodo, Montale): questi poeti si sono detti ermetici anche perché riuscivano a concentrare un pensiero molto ampio e complicato in immagini semplici.

Prima di tutto, quindi, devo disporre in prosa le mie osservazioni: ecco un esempio.

  • Introduzione – prima quartina –
    • Santo Stefano è il giorno dopo Natale
    • Siamo tutti in vacanza o in ferie
    • Sembra un ultimo sospiro d’autunno quel filo di fumo del camino portato dal vento leggero,
    • la persiana socchiusa sul verde del giardino
  • Seconda quartina –
    • Grigia la ghiaia e la zampina del gatto che la calpesta
    • vi volteggia una farfallina cavolaia
    • e si posa quasi sul capo grigio del nonno
    • che gioca quieto con il nipotino
  • prima terzina –
    • gridolini, chiurli e becchettii
    • di bimbi e di uccellini vivaci
    • arcua i folti rami l’edera prepotente
  • Conclusione – seconda terzina –
    • l’ulivo fa il solletico al cipresso
    • frigge il soffritto natalizio
    • scoppia poi la festa.

Come si nota, non ci sono rime, ma pensieri sparsi. Questa costruzione che sto usando come esempio, molto spesso è solo mentale, come mentali sono i passaggi che compio per trasformare i pensieri in prosa e la prosa in poesia. È un po’ come chi parla inglese: se sai bene la lingua, pensi direttamente nella lingua, senza tradurre dall’italiano.

Trasformiamo i pensieri in prosa, ricordando che dobbiamo usare la struttura del sonetto (una di quelle che spiegavo prima).

Il giorno dopo la Nascita di Gesù

Mentre riposiamo dal lavoro

Un po’ di caldo combatte con l’inverno

Dalle persiane verdi vedo il giardino

 

Il gatto grigio cammina sulla ghiaia grigia

Svolazza una farfalla bianca

Che si posa da qualche parte

Il nonno sta giocando con il nipotino

 

Mio figlio grida a quella vista

Così come gli uccellini

E l’edera assiste muta a quel gioco

 

L’ulivo si erge ma il cipresso è alto

Frigge il soffritto del pranzo

L’odore che giunge dice: È il Natale

Con l’aiuto di un rimario si può fare un elenco delle parole che possono essere utili; poi si iniziano a scrivere i versi in modo che siano endecasillabi, anche modificando qualcosa nella costruzione di base, come vedremo. In ultimo il titolo (in questo caso, “L’odore del Natale”).

Il giorno appresso che nascea il Bambino
Siam tutti a casa in meritate ferie
Il caldo crea una pausa alle intemperie
Dai verdi scuri guardo il mio giardino
Il micio grigio sta sul par ghiaino
Un gruppo di farfalle vola in serie
Una si posa su un mucchio di macerie
Mentre giocan il nonno e il nipotino
L’urlo del bimbo a quella vista è grave
Come quello dei tordi di passaggio
L’edera muta, sta, su di una trave
Così come l’ulivo osserva il faggio
L’odore del soffritto in aria sale
E avvisa tutti quanti: è ancor Natale!

 

La poesia italiana – parte terza

Non è facile comporre una poesia, figurarsi comporla seguendo regole rigide come quelle fin qui esposte: forse è per quello che non tutti si dilettano a poetare, a prescindere dalla sensibilità artistica vera e propria.

La scorsa volta, in “La poesia italiana – parte seconda” abbiamo visto i versi da quattro a undici sillabe. Restano da vedere i versi più lunghi, presenti spesso nei poeti moderni, e i versi composti.

Dodecasillabo: per questo verso, di cui in genere non si parla, possiamo indicare alcuni schemi di accenti, ma si tratta in ogni caso di un verso composto, che suona bene solo se sono metricamente perfette le parti componenti. Per non sbagliare, ragionandoci, basta unire un quinario e un settenario oppure due senari. Esempio tratto dal coro del terzo atto del “Adelchi”:

Dagli atrj muscosi, dai fori cadenti

Dai boschi, dall’arse fucine stridenti,

Dai solchi bagnati di servo sudor,

Un volgo disperso repente si desta;

Intende l’orecchio, solleva la testa

Percosso da novo crescente romor.

(Alessandro Manzoni)

Versi di tredici o più sillabe: vale quanto detto per il dodecasillabo, cioè questi versi suonano bene se composti da versi in perfetta metrica; l’unica regola, se non si vuol fare a meno di usare versi molto lunghi e per ciò in prosa, è cercare ad orecchio un effetto melodico che sollevi i versi dalla piattezza di un semplice susseguirsi di frasi.

I versi sciolti (da non confondersi con i versi liberi) sono veri e propri versi, con accenti giusti e quindi giusta musicalità, “sciolti” però da schemi precostituiti di strofe e rime. Le strofe non ci sono, e i versi si susseguono senza stacchi, oppure ci sono, ma formate da un numero variabile di versi e senza ripetitività; le rime sono assenti o sparse senza regola fissa. Maestro assoluto di questo genere è stato Giacomo Leopardi.

Esempio:

E tu onore di pianti, Ettore, avrai,

ove fia santo e lagrimato il sangue

per la patria versato, e finché il Sole

risplenderà su le sciagure umane.

(Ugo Foscolo)

Il polimetro è in sostanza una composizione in versi sciolti, in cui si alternano versi di lunghezza differente, in genere senza un ordine regolare. Il polimetro è una delle forme preferite da molti poeti moderni, che alternano versi di varia lunghezza, senza schemi ripetitivi, e non rifiutano talvolta la presenza di qualche verso molto lungo o con accenti dissonanti. Vediamo un esempio:

San Martino del Carso

Di queste case

non è rimasto

che qualche

brandello di muro

Di tanti

che mi corrispondevano

non è rimasto

neppure tanto

Ma nel cuore

nessuna croce manca

È il mio cuore

il paese più straziato

(Giuseppe Ungaretti)

Sembra che tra le strofe e le righe non ci sia nessun tipo di collegamento, ma proviamo a trascrivere quei versi affiancandoli a due a due. I primi due, che sono normali quinari, diventano un doppio quinario e qui la musica non cambia; ma il terzo e il quarto, insieme, fanno un perfetto novenario con i giusti accenti, il quinto più il sesto sono un decasillabo sdrucciolo, il settimo e l’ottavo sono di nuovo due quinari, e infine le ultime due coppie di versi, i più incisivi, formano due perfetti endecasillabi dai giusti accenti e dal bellissimo suono.

Ma fatto l’esperimento per capire come scrive Ungaretti, leggiamo correttamente questa poesia come è stata scritta, quindi con una piccola pausa alla fine di ogni verso (ricordiamoci che se un poeta va a capo ci deve pur essere una ragione, e se invece fa le cose senza una ragione, … non è un poeta). Il ritmo risulta spezzato (e probabilmente Ungaretti riteneva ciò più originale o moderno), ma la melodia non è affatto soffocata, specialmente nei versi finali, dove la cesura dovuta a quel “a capo” dà solo un attimo di sospensione, di affanno che accentua la drammaticità del testo.

Sia chiaro, oltre questi capolavori esiste della bruttissima poesia in metrica, e soprattutto si possono fare bruttissime rime; ma nessuno, credo, sarebbe disposto a buttare tutta la musica del mondo, solo perché esiste la brutta musica.

E veniamo ai versi liberi: per prima cosa, sono molto usati dai poeti amatoriali, ma non altrettanto dagli autori moderni grandi o comunque noti, i quali, salvo eccezioni, ne fanno un uso saltuario o limitato ad un periodo della loro esperienza poetica, o, come detto, li inseriscono in ordine sparso tra i versi in metrica.

Poi non è affatto vero che siano più moderni: la prima poesia in versi liberi che si ricorda è del 1224 ed è il famoso “Cantico di Frate Sole” di S. Francesco; è quindi coetanea delle prime poesie in metrica italiana. Da allora sono state fatte di certo tantissime composizioni in versi liberi, anche se, e non per caso, quelle che hanno resistito al tempo sono quasi tutte in metrica.

Quindi, prima di cimentarvi in una composizione, siate certi che abbia un senso logico anche dal punto di vista sillabico e della metrica. Ripeto, basta un po’ di orecchio musicale.

Diamo ora una definizione di rima, intesa come la somiglianza nel suono conclusivo di due parole, che, appunto, fanno “rima” soprattutto quando sono poste a breve distanza fra di loro, magari all’interno della stessa frase o in coincidenza di una pausa forte del discorso.

In metrica e nella tradizione poetica in volgare italiano le cose stanno più o meno così: la rima (termine che attraverso il francese antico “risme” deriva dal latino “rhythmus”, che individua, nella produzione in versi latina medievale tutti quei componimenti che, non basandosi più sulla metrica quantitativa classica, hanno come nuovi criteri compositivi quelli del numero di sillabe del verso, della posizione dell’accento e appunto della rima) si definisce più precisamente come l’identità del suono con cui terminano due parole di due o più versi, a partire dall’ultima vocale tonica (ovvero, accentata) compresa.

La rima, in sostanza, è un altro criterio di distinzione (insieme con la misura del verso, la disposizione degli accenti e la scansione strofica) che i poeti utilizzano per separare il discorso letterario da quello in prosa e da quello quotidiano; in più, la percezione di un “ritorno” di qualcosa che abbiamo già sentito (il suono in sede di rima) stimola l’attenzione dell’ascoltatore, lo predispone alla fruizione estetica del testo e facilita la sua memorizzazione. Troviamo un ottimo esempio dell’uso della rima nel noto sonetto proemiale “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” del Canzoniere di Petrarca, di cui riportiamo qui le due quartine:

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono                 A

di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core                          B

in sul mio primo giovenile errore                              B

quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono:     A

del vario stile in ch’io piango et ragiono,                A

fra le vane speranza e ‘l van dolore,                          B

ove sia chi per prova intenda amore,                        B

spero trovar pietà, nonché perdono.                         A

Le lettere accanto ai versi rappresentano il tipo di rima: indicano che i versi (A) hanno la stessa terminazione e quindi rimano fra loro; così anche gli altri (B) rimano fra loro, ma in modo differente dai primi.

Gli endecasillabi sono collegati tra loro secondo lo schema ABBA ABBA (suono/sono, core/errore; ragiono/perdono; dolore/amore), elemento che già da solo indica come la rima abbia una insostituibile funzione di organizzazione strofica del testo poetico. Ne conseguono i principali schemi e tipi di rime:

  • la rima alternata, che, nella forma ABAB, collega versi alterni; è tipica delle quartine del sonetto (ABAB ABAB), dell’ottava toscana (o “ottava rima”, una stanza di otto versi, tipica dei poemi narrativi epico-cavallereschi di Boiardo, Ariosto e Tasso, nella forma ABABABCC con distico baciato finale), dell’ottava siciliana (una ottava del tipo ABABABAB) e della sestina narrativa o “sesta rima”
  • la rima baciata, che unisce nella classica struttura AABBCC versi tra loro contigui; diffusa soprattutto nella forma del distico (due versi).
  • la rima incrociata, dove, nei quattro versi di una quartina, i due “esterni” e i due “interni” rimano tra loro, secondo lo schema ABBA CDDC. È noto che anche questo schema è assai diffuso nelle quartine del sonetto (di cui parleremo nella prossima parte).
  • la rima incatenata (ABA BCB CDC…) che si impone, con il nome di terza rima o terzina dantesca, a partire dall’uso che Dante Alighieri ne ha fatto nella sua Commedia. Casi particolari di rime incatenate sono la rima ripetuta o replicata (strofe di tre versi del tipo ABC ABC, che ritroviamo nel “piede” della canzone e nelle terzine del sonetto) e quella invertita (che segue uno schema retrogradante: ABC CBA)

Oltre alle rime per così dire “normali”, si trovano qualche volta delle rime particolari.

  • la rima equivoca: parole di ugual suono, ma con significato diverso, per esempio sole (astro) e sole (aggettivo); (se invece la parola è proprio la stessa non si può parlare di rima).
  • la rima composta: quando in un verso la rima abbraccia due parole; per esempio, in Dante, almen tre – mentre .
  • la rima interna: tra la fine di un verso e una parola interna di un altro verso, come in Leopardi:

Odi greggi belar, muggire armenti
gli altri augelli contenti a gara insieme

  • la rima ipermetra: tra una parola piana e una sdrucciola, di cui non si considera l’ultima sillaba; es.: veccia – intrecciano (Montale)

Ci sono poi le… quasi rime.

  • Assonanza (o rima imperfetta): stesse vocali ma consonanti diverse, come cuore – dote .
  • Consonanza: stessa finale, ma vocale tonica diversa, come velo – solo

Se dunque la rima ha molte funzioni nell’organizzazione del testo poetico, essa diventa un vero e proprio elemento portatore di significato, utilissimo per l’interpretazione del testo. Se ricordiamo i primi nove versi del primo canto dell’Inferno dantesco:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,

ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!

Tant’ è amara che poco è più morte;

ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,

dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte.

possiamo pensare che termini scelti da Dante già sintetizzino bene la sua situazione e ciò che l’attende: al periodo di traviamento etico ed esistenziale (vita/smarrita) corrisponde l’angoscia dello smarrimento (oscura/dura/paura), alla cui sensazione di dramma e pericolo (“selva […] forte”) corrisponde la possibilità di raccontare ciò che si è visto nel mondo infernale (le “cose […] scorte”, e quindi implicitamente anche una speranza di salvezza).

La prossima volta vedremo la strofa e le forme metriche della poesia italiana, in questo piccolo viaggio attraverso i componimenti che ci hanno fatto sognare!

La poesia italiana – parte seconda

Ben conscio delle difficoltà di una tale impresa, mi accingo a scrivere la seconda parte sulla poesia italiana. Difficile perché sicuramente molti dei miei lettori sono più preparati e competenti di me in materia, ma anche perché l’argomento è vastissimo e provare a ridurlo in pochi brani è un compito arduo.

Abbiamo visto, in “La poesia italiana – parte prima”, un’introduzione sulla metrica e sui vari tipi di versi. Questa volta, cercando di essere il più conciso possibile, vedremo i principali versi in uso nella poesia italiana.

Prima di iniziare vorrei far notare che, per musicalità, ogni tipo di verso è adatto ad un genere poetico (con le debite eccezioni). Mi spiego: avete presente lo stornello romano? Difficilmente, su quel tipo di composizione, si potrà scrivere un testo di carattere funereo. Quindi, quando voleste comporre una poesia, anche il tipo di verso è importante nei confronti dell’argomento trattato.

Iniziamo dal quadrisillabo. Il quadrisillabo, detto quaternario, è un verso nel quale l’accento principale si trova sulla terza sillaba: quindi, se l’ultima parola è piana, il verso comprende quattro sillabe, mentre se è tronca o sdrucciola, ne contiene rispettivamente tre oppure cinque.

Esempio:

Ecco il mondo

vuoto e tondo,

s’alza, scende,

balza e splende

(Arrigo Boito)

“Ecco il mondo” è un’aria tratta dall’atto secondo dell’opera Mefistofele di Arrigo Boito, su libretto del medesimo. Il testo riprende i versi intonati dal Gatto Mammone nel dramma di Goethe. Come si nota, il ritmo cadenzato dà un senso di allegria, infatti il quaternario in genere era usato per poesie giocose o satiriche.

Il quinario è il verso composto di cinque sillabe, con accento principale sulla quarta. Esempio:

Il morbo infuria,

il pan ti manca,

sul ponte sventola

bandiera bianca!

(Arnaldo Fusinato)

Questa poesia parla della caduta di Venezia, che nonostante l’epica difesa guidata da Daniele Manin, dopo quasi un anno si dovette arrendere alle forze austriache. Nella poesia, “L’ultima ora di Venezia”, si può leggere tutto lo sconforto provato da Fusinato in quei momenti. Gli ultimi due versi sono stati resi celebri in tempi recenti dalla famosa canzone di Franco Battiato, “Bandiera bianca”.

Il ritmo incalzante del quinario sottolinea la drammaticità e il precipitare degli eventi; la metrica, qui come altrove, non è un inutile ornamento, ma partecipa con le parole alla creazione dell’atmosfera poetica e alla costruzione del messaggio dell’autore.

Il senario è il verso di sei sillabe, con accenti fondamentali sulla seconda e quinta sede. Vediamone un esempio:

Sul chiuso quaderno

di vati famosi,

dal musco materno

lontana riposi,

riposi marmorea

dell’onde già figlia,

ritorta conchiglia.

(Giacomo Zanella)

Anche questo è un verso molto ritmico e “popolare”, più adatto per argomenti satirici o comunque leggeri. Anche se in questa poesia, “Sopra una conchiglia fossile”, l’autore tenta di conciliare fede e scienza, argomenti tutt’altro che leggeri. L’ispirazione gli venne dalla vista di una conchiglia fossile, trovata in un luogo montano e adoperata come fermacarte. Contemplando la conchiglia, Zanella riflette sulle età più antiche della terra e sul destino dell’umanità, il cui futuro nasce dalle ceneri del passato attraverso un percorso che coinvolge l’intero universo e lo spirito.

Il settenario, dopo l’endecasillabo, è il verso più usato e più bello della poesia italiana; è anche abbastanza facile, perché, dei due accenti, il primo può essere su una qualunque delle prime quattro sillabe (l’altro, come sempre, è sulla penultima); quindi è molto difficile fare un settenario sbagliato.

Due sono i motivi della diffusione e del “successo” di questo verso nella lirica italiana: da un lato, il fatto che esso costituisca un emistichio (e cioè, una delle due parti di un verso separato da una cesura) del verso più celebre ed usato della tradizione, l’endecasillabo; dall’altro il fatto che il settenario si combini proprio con il “fratello maggiore” in molte forme strofiche di largo uso nei secoli, dalla canzone petrarchesca all’ode pindarica fino alla ballata e alla canzonetta, anche se non è infrequente trovarlo abbinato al quinario, soprattutto nella poesia delle origini, o da solo (più o meno in ogni secolo letterario).

Il settenario si presta poi alla sperimentazione metrico-formale: l’unione di due settenari, infatti, dà vita al doppio settenario, che conosce diversi modi d’impiego nella tradizione nazionale. Il primo risale alla poesia prestilnovistica e giullaresca del “contrasto” di Cielo d’Alcamo, “Rosa fresca aulentissima”,

Rosa fresca aulentissima,

C’appari in ver la state,

Le donne ti disiano,

Pulzelle e maritate:

Traemi d’este focora,

Se t’este a bolontate;

Perchè non aio abentu notte e dia

Pensando pur di voi, Madonna mia.

Il secondo, detto “alessandrino”, in quanto modellato sul metro di un poema francese XII secolo prevede l’unione di due settenari ed è frequente nella poesia didascalica dell’Italia settentrionale tra XII e XIII secolo (ad esempio, in Bonvensin de la Riva), in quartine di versi con un’unica rima.

Il terzo vede crescere le proprie fortune tra Seicento e Settecento, quando è urgente la necessità di modellarsi sui modelli francesi di maggior successo nella versificazione. Pier Jacopo Martello (1665-1727) e il suo trattato “Del verso tragico” (1709) fissano la misura del “martelliano” in un verso composto da due settenari tendenzialmente piani, che nella scrittura per le scene possono alternarsi, in distici a rima baciata, con versi tronchi. Se poi esempi di “martelliani” si ritrovano anche dopo questa stagione, ad esempio, nella ballata romantica di Giosué Carducci, “Su i campi di Marengo”

Su i campi di Marengo batte la luna; fósco

Tra la Bormida e il Tanaro s’agita e mugge un bosco;

Un bosco d’alabarde, d’uomini e di cavalli,

Che fuggon d’Alessandria da i mal tentati valli.

Va detto che pure il settenario può ritornare, ben “mimetizzato”, in alcuni esperimenti della metrica libera novecentesca, come nella poesia “Soldati”, di Giuseppe Ungaretti:

Si sta come

d’autunno

sugli alberi

le foglie.

Chi non è pratico di metrica e vuole provare, potrebbe cominciare proprio con una poesia in settenari, magari cercandone una in qualche antologia e provando poi a cambiare le parole, mantenendo … la musica:

L’albero a cui tendevi

la pargoletta mano,

il verde melograno

da’ bei vermigli fior

(Giosuè Carducci)

L’ottonario è un verso la cui ultima sillaba tonica è in settima posizione. Ne è esempio classico La leggenda di Teodorico di Carducci:

Su ’l castello di Verona

Batte il sole a mezzogiorno,

Da la Chiusa al pian rintrona

Solitario un suon di corno,

Mormorando per l’aprico

Verde il grande Adige va;

Ed il re Teodorico

Vecchio e triste al bagno sta.

(Giosuè Carducci)

Caduto in disgrazia con la messa al bando dei parisillabi da parte di Dante, l’ottonario ritrovò una certa luce nel Quattrocento, riportato alla ribalta da Lorenzo il Magnifico e utilizzato dal Poliziano in numerose canzoni a ballo.

Quant’è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia!

chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

(Lorenzo de’ Medici)

Oppure:

Bella Italia, amate sponde,

pur vi torno a riveder!

Trema in petto e si confonde

l’alma oppressa dal piacer.

(Vincenzo Monti)

O ancora:

Il mare brucia le maschere,

le incendia il fuoco del sale.

Uomini pieni di maschere

avvampano sul litorale.

Tu sola potrai resistere

nel rogo del Carnevale.

Tu sola che senza maschere

nascondi l’arte d’esistere.

(Giorgio Caproni)

Il novenario è un verso la cui ultima sillaba tonica è in ottava posizione. La forma considerata “normale” ha accenti fissi sulla 2ª, 5ª e 8ª sillaba. È un verso che ha avuto una diffusione molto limitata sino all’Ottocento, e a cavallo del XIX e del XX secolo ha ripreso vita sia con D’Annunzio sia con Pascoli.

Dov’ era la luna? ché il cielo

notava in un’alba di perla,

ed ergersi il mandorlo e il melo

parevano a meglio vederla.

(Giovanni Pascoli)

Il fatto che gli accenti siano ad intervalli regolari, ogni tre sillabe, e che tutti i novenari, normalmente, abbiano gli stessi accenti, dà a queste composizioni una musicalità molto ritmata e ripetitiva. Il novenario può essere considerato anche la struttura prosodica di riferimento de “La pioggia nel pineto”, di Gabriele D’Annunzio:

Taci. Su le soglie

del bosco non odo

parole che dici

umane; ma odo

parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane.

Anche se non sembra, nel leggerlo ci si accorge che:

Taci. Su le soglie del bosco

non odo parole che dici

umane;

ma odo parole più nuove

che parlano gocciole e foglie

lontane…

Pascoli comunque è stato l’autore che meglio ha saputo esaltare il novenario:

Viene il freddo. Giri per dirlo

tu, sgricciolo, intorno le siepi;

e sentire fai nel tuo zirlo

lo strido di gelo che crepi.

Il tuo trillo sembra la brina

che sgrigiola, il vetro che incrina…

trr trr trr terit tirit…

(Giovanni Pascoli)

Il decasillabo è un verso in cui l’ultima sillaba tonica è in nona posizione. La forma che si può ritenere canonica ha accenti fissi su 3ª, 6ª e 9ª sillaba e ha un ritmo chiaramente anapestico e fortemente cadenzato.

Oh! Valentino vestito di nuovo,

come le brocche dei biancospini!

Solo, ai piedini provati dal rovo

porti la pelle de’ tuoi piedini;

porti le scarpe che mamma ti fece,

che non mutasti mai da quel dì,

che non costarono un picciolo: in vece

costa il vestito che ti cucì.

(Giovanni Pascoli)

Fino ad ora abbiamo visto dei versi che, ad eccezione del settenario, hanno gli accenti molto regolari e praticamente obbligati. Questo fa sì che le poesie risultino assai ritmate. Ciò non è necessariamente un male, anzi! Il cervello entra, per così dire, in risonanza con l’andamento musicale dei versi e l’effetto può essere gradevole.

Nella lettura però occorre evitare i due errori opposti: quello di fare un’eccessiva cantilena o quello di uccidere ogni musicalità per voler essere … moderni a tutti i costi, leggendo il testo come fosse una prosa.

Non è un caso però che i versi più usati della poesia italiana di tutti i tempi siano il settenario e soprattutto l’endecasillabo, poiché hanno il pregio, se fatti bene, di essere musicali, ma non troppo ritmati, anche perché è possibile alternare vari schemi di accenti (non qualunque schema, però!) senza perdere l’armonia.

L’endecasillabo, come diceva Ungaretti, è “lo strumento poetico naturale della nostra lingua”, e non si potrebbe dir meglio.

Vediamo qualche esempio:

Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

(Dante Alighieri)

Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

(Dante Alighieri)

ma già volgeva il mio disio e ’l velle,

sì come rota ch’igualmente è mossa,

l’amor che move il sole e l’altre stelle.

(Dante Alighieri)

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia quand’ella altrui saluta,

ch’ogne lingua deven tremando muta,

e li occhi no l’ardiscon di guardare.

(Dante Alighieri)

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono

di quei sospiri ond’io nudriva ’l core

in sul mio primo giovenile errore

quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono

(Francesco Petrarca)

Placida notte, e verecondo raggio

Della cadente luna; e tu che spunti

Fra la tacita selva in su la rupe

(Giacomo Leopardi)

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

(Giacomo Leopardi)

All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne

confortate di pianto è forse il sonno

della morte men duro? Ove piú il Sole

(Ugo Foscolo)

Forse perché della fatal quïete

tu sei l’immago a me sì cara vieni

o Sera! E quando ti corteggian liete

le nubi estive e i zeffiri sereni

(Ugo Foscolo)

Le forme non canoniche dell’endecasillabo (quarta e sesta sillabe entrambe atone e impossibilità di porre l’accento principale su sillabe atone) sono molto rare. Con l’endecasillabo termina l’elenco dei versi, per così dire, “classici”. La prossima volta inizieremo, dopo i versi più rari e “misti”, a parlare di rime.