Storia, magistra vitae – Jugoslavia

Alcuni cambiamenti sono così lenti che non ce ne accorgiamo, altri sono così veloci che non si accorgono di noi: ad esempio, le attività umane stanno rendendo il cambiamento climatico centosettanta volte più veloce rispetto a come andrebbe se ci fossero le sole forze della Natura. Oppure, pensiamo all’impatto che ha avuto WhatsApp in soli otto anni (sì, è stato inventato solo nel 2009) nel nostro modo di comunicare.

Quando ero da poco nel mondo degli adulti, uno stato ad est dell’Italia cambiò, in modo radicale e nel giro di pochi anni: sto parlando della Jugoslavia.

Vale la pena prima di capire dove si trovava la Jugoslavia, cioè descrivere la regione cosiddetta balcanica: essa si trova nella parte orientale dell’Europa, tagliata dalla catena montuosa dei Balcani (dal turco letteralmente “montagna”). Comprende, procedendo da sud, la Turchia, la Bulgaria, la Romania, la Grecia, l’Albania, la ex Jugoslavia (Serbia, Macedonia, Montenegro, Bosnia, Croazia e Slovenia), e a est l’Ungheria. Una molteplicità di stati, staterelli, popoli, religioni, razze differenti divise tra loro da usi e costumi, da catene montuose con scarsi e difficili sbocchi al mare.

Nell’antichità, a partire dal V secolo d.C. quella regione era stata spesso scenario di guerre, sin dall’insediamento dei primi popoli “slavi”. Gli Ungari, gli Slavi e i Macedoni erano guerrieri temuti e conosciuti dai popoli germanici e solo Ottone I di Sassonia nella battaglia di Lechfeld (10 agosto 955) segnò la fine delle incursioni degli Ungari in Europa centrale.

I primi stati indipendenti apparirono comunque tra il VII e il XIII secolo, ma anche una volta costituiti la maggior parte di essi era caratterizzata da instabilità, una situazione tormentata che si protrasse per generazioni all’ombra dell’Impero Bizantino che esercitò la sua notevole influenza fino al suo collasso definitivo e alla sua caduta.

A cavallo tra il XII e il XIII secolo si costituì il primo stato indipendente serbo, ma la denominazione di Impero arrivò soltanto con l’avvento di Dušan che conquistò molta parte della regione balcanica e riuscì a mantenersi autonomo estendendo i propri confini fino alla Turchia e alla Grecia. Impero che in realtà durò poco e dopo la morte dello “Zar e autocrate dei Serbi e dei Romani” (Bασιλες κα ατoκράτωρ Σερβίας κα Pωμανίας), come si era autoproclamato, si dissolse in tanti piccoli pricipati indipendenti.

In quella parte del mondo non c’è mai stata vera pace né tregua. Nel Novecento, la prima grande deflagrazione mondiale (1914-18) prese il via proprio dal cuore della Bosnia Erzegovina, da Sarajevo, con l’assassinio dell’arciduca d’Austria, come ho raccontato in “Destino principe”.

Già negli anni precedenti la Grande Guerra, comunque, i Balcani erano stati al centro di due conflitti: nell’ottobre 1912 la dichiarazione di guerra alla Turchia guerra conclusasi con il Trattato di Londra del dicembre dello stesso anno; nel giugno 1913 nuova guerra nei Balcani, terminata con la pace di Bucarest nell’agosto.

Con l’epilogo della Grande Guerra, il primo dicembre 1918 venne proclamata a Belgrado l’Unione dei Serbo-Croati-Sloveni; sono poi state le assemblee nazionali dei tre stati a deliberare, insieme a quella montenegrina, e il loro scioglimento e la loro confluenza nell’Unione: fu in pratica la nascita della Jugoslavia, una confederazione di stati che veniva però basata più su un’identità politica che etnica con l’intento di ridimensionare se non minimizzare o addirittura negare le diverse nazioni al suo interno.

I decenni che ne seguirono rivelarono la difficile realtà, culminata prima e dopo la Seconda guerra mondiale con la guerra civile che portò al potere il partito comunista. Una guerra civile atroce, quella che si svolse nel territorio dall’Adriatico al Kosovo e al confine con l’Ungheria. Massacri e genocidi si succedettero, intere popolazioni scomparvero nelle foibe. Ci volle l’autorità del Maresciallo Tito per instaurare, tramite un forte governo centralizzato, una confederazione in grado di salvaguardare le libertà nazionali senza ulteriori spargimenti di sangue. Alla fine del 1943 si arrivò alla seconda Jugoslavia costituita in comunità federale di serbi, croati, montenegrini, sloveni e macedoni.

Capo del governo e ministro della difesa dal’45 al ’53, Tito (eletto presidente della repubblica, carica conferitagli poi a vita nel ’63) legò il proprio nome alle tappe fondamentali di quella che venne battezzata la via jugoslava al comunismo: nel 1948 rottura con Stalin, sette anni dopo parziale riconciliazione con l’Urss, emarginazione del revisionista Djilas nel 1954, emancipazione politica economica a partire dal 1966, decentramento avviato nel 1974. Ma soprattutto Tito contribuì enormemente a compattare il paese con il sistema federale, all’autogestione dei lavoratori e alla politica estera di neutralità tra i due blocchi e tra le due grandi Potenze dell’epoca (Usa e Urss).

Il titoismo con tutti i suoi meriti sul piano nazionale e internazionale aveva però il suo tallone d’Achille, in quanto poteva ergersi a baluardo dell’unità della federazione solo in virtù della grande personalità del Maresciallo. Difatti, alla sua morte a Lubiana nel maggio 1980 seguì inevitabile lo sfacelo della sua costruzione.

Pian piano i suoi successori non si rivelarono all’altezza: il socialismo jugoslavo venne travolto dalla crisi economica e, quel che è peggio, riesplosero i nazionalismi che portarono alle divisioni e alle tremende guerre di quei terribili anni.

Dietro alle varie nazioni si profilarono grossi potentati: Croazia e Slovenia erano appoggiate dalla Germania, che così sperava di estendere il suo potere economico. Alle spalle della Serbia l’Urss e dopo il suo disfacimento la Russia; a sostegno dei musulmani della Bosnia si mossero gli stati arabi e in particolare l’Iran.

La guerra vide prima la Serbia di Milosevic contro la Croazia, poi contro la Bosnia, che pure al suo interno aveva una più o meno burrascosa convivenza tra etnie e religioni diverse.

Da Sarajevo cominciarono ad arrivare immagini drammatiche: artiglierie e cecchini colpivano senza sosta in una sorta di tiro al bersaglio continuo. Un orrore che raggiunse il culmine in due episodi che convinsero gli Stati Uniti e la comunità internazionale della necessità di far finire quella guerra di tutti contro tutti: la strage di Markale, il mercato di Sarajevo, nel febbraio 1994 e, soprattutto, il massacro di Srebrenica tra l’11 e il 18 luglio 1995, con ottomila musulmani uccisi dalle truppe serbo-bosniache del generale Mladic e centinaia di donne stuprate.

Ma non furono solo quelle le cose che accaddero in quegli anni, ma quello che più mi colpisce è che oggi la maggior parte della popolazione mondiale sia indifferente verso quello che accadde o non sappia come andarono realmente le cose.

Purtroppo in rete si legge di tutto, ma alcuni riescono ad essere ancora “sul pezzo” e riescono ad inquadrare bene la cosa: consiglio la lettura di Christopher Black, uno dei giuristi penali internazionali più noti al mondo. Sul conflitto in Rwanda e su quello nella ex Jugoslavia negli anni ’90, in particolare, Black ha dimostrato davanti ai tribunali “ad hoc” la loro illegittimità dal punto di vista della Carta delle Nazioni Unite e il loro essere meri strumenti di guerra degli Stati Uniti d’America.

Pochi giorni fa il conflitto Jugoslavo e la Corte penale internazionale sono tornati alla ribalta per il suicidio in diretta di Slobodan Praljak, ex militare condannato per crimini di guerra. Ma non tutti sono convinti che il tribunale dell’Aja sia dalla parte della giustizia: attenzione, però, la Corte Penale Internazionale non è un organo dell’Onu e non va confusa con la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite, quindi qualche dubbio sulla sua imparzialità ce l’ho anche io.

A distanza di un quarto di secolo l’assedio di Sarajevo e la guerra in Bosnia sono ancora raccontate secondo schemi diversi. Ognuno ha le sue verità, e tra esse è estremamente difficile che si instauri una superficie di contatto.

E come avevo detto in “Storia,magistra vitae – Introduzione”, un giorno arriverà qualche idiota che si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo.

Storia, magistra vitae – Codevigo

Esistono fatti che non si possono contestare. Al massimo si possono giudicare.

Ma come ho già detto in “Storia, magistra vitae – introduzione”, noi siamo un popolo che non ricorda. O ricorda solo quello che fa comodo ricordare.

Eppure la mia generazione dovrebbe ricordare. Non certo la seconda guerra mondiale, ma quantomeno gli anni di piombo, anche perché fu un periodo abbastanza lungo (compreso tra la fine degli anni sessanta e gli inizi degli anni ottanta), in cui si verificò un’estremizzazione della dialettica politica che si tradusse in violenze di piazza, nell’attuazione della lotta armata e in atti di terrorismo.

Italiani contro italiani.

Ma non era la prima volta che accadeva.

Facciamo un passo indietro. Alla fine della prima guerra mondiale, per la precisione.

All’indomani della prima guerra mondiale il Regno d’Italia si trovò in una situazione economica, politica e sociale precaria e difficile. Il drammatico conto presentato dalla guerra in termini di perdite umane fu pesantissimo, con oltre 650.000 caduti e circa 1.500.000 tra mutilati, feriti e dispersi, senza contare le distruzioni occorse nell’Italia nord-orientale, divenuta fronte bellico con il dislocamento e, sovente, la perdita della casa e di ogni bene da parte di centinaia di migliaia di profughi che erano fuggiti dalle loro case trovatesi nel mezzo di assalti e bombardamenti.

Immediatamente prima della fine del conflitto mondiale, Benito Mussolini, uno degli esponenti più importanti dell’Interventismo, agì cercando varie sponde per dar vita a un movimento che imprimesse alla guerra una svolta rivoluzionaria. Tuttavia i suoi sforzi riuscirono a concretizzarsi solo sei mesi dopo il termine delle ostilità, quando un piccolo gruppo di reduci e intellettuali interventisti, nazionalisti, anarchici e sindacalisti rivoluzionari, si radunò in un locale di Piazza San Sepolcro a Milano, dando vita ai Fasci di Combattimento, il cui programma si configurava come rivoluzionario, socialista e nazionalista.

Nel movimento fascista, oltre ad arditi, futuristi, nazionalisti, sindacalisti rivoluzionari ed ex combattenti d’ogni arma confluirono successivamente anche elementi di dubbia moralità e avventurieri. Appena 20 giorni dopo la fondazione dei fasci di combattimento le neonate squadre d’azione si scontrarono con i socialisti e condussero l’assalto all’Avanti! (un quotidiano politico socialista di cui lo stesso Mussolini era stato direttore), devastandone la sede: l’insegna del giornale fu divelta e portata a Mussolini come trofeo. Nel giro di qualche mese i Fasci si diffusero in tutta Italia.

Dal punto di vista organizzativo, al “gruppo di Milano” si aggiunse una componente rurale e agraria, forte dell’appoggio dei latifondisti e possidenti terrieri emiliani, pugliesi e toscani. Proprio in queste regioni le squadre guidate dai ras furono più determinate a colpire i sindacalisti, i popolari e i social-comunisti, e le masse rurali organizzate che avanzavano rivendicazioni sociali, politiche ed economiche, intimidendoli con la famigerata pratica del manganello e dell’olio di ricino. In questo clima di violenze alle elezioni del 15 maggio 1921 i fascisti riuscirono a portare in parlamento i loro primi deputati, fra cui Mussolini.

Forte dell’appoggio della base, Mussolini decise di agire: il momento pareva propizio e così un forte contingente di 50.000 squadristi venne radunato nell’alto Lazio e spinto dai quadrumviri contro la Capitale. Era il 28 ottobre 1922. Lo stesso giorno, a compimento della marcia su Roma, il re incaricò Benito Mussolini di formare il nuovo governo dopo che Luigi Facta si dimise.

In vista delle elezioni del 6 aprile 1924 Mussolini fece approvare una nuova legge elettorale (legge Acerbo) che avrebbe dato i due terzi dei seggi alla lista che avesse ottenuto la maggioranza con almeno il 25% dei voti. La campagna elettorale si tenne in un clima di tensione senza precedenti con intimidazioni e pestaggi. La Lista Nazionale guidata da Mussolini ottenne la maggioranza assoluta, con il 64,9% dei voti.

Il 30 maggio 1924 il deputato socialista Giacomo Matteotti prese la parola alla Camera contestando i risultati delle elezioni. Il 10 giugno 1924 Matteotti venne rapito e ucciso.

Mussolini, ben presto si fece chiamare Duce (dal latino dux, cioè “capo, guida”) e rafforzò il suo potere. Dichiarò che ogni altro partito e associazione erano illegali, ed eliminò ogni forma di libertà (di stampa, di espressione, di associazione). Gli oppositori del fascismo furono imprigionati o mandati al confino in luoghi sperduti. Ogni voce di dissenso fu fatta tacere.

Nelle scuole divenne obbligatorio l’insegnamento delle nozioni della cultura fascista, e tutti i giovani furono organizzati in associazioni di stampo militare. Mussolini promosse poi una forte propaganda attraverso la radio e i giornali.

Nel 1929 Mussolini e papa Pio XI firmarono i Patti Lateranensi, così il governo riconobbe il cattolicesimo come religione di Stato. Per cercare di rimettere in sesto l’economia italiana, Mussolini mise dei limiti alle merci che si potevano importare dall’estero, favorendo la produzione interna.

Promosse l’agricoltura e avviò la bonifica di zone paludose, come l’Agro Pontino. Nel 1936, spinto dal desiderio di fare dell’Italia una potenza coloniale, Mussolini decise di conquistare l’Etiopia. Nello stesso anno strinse un patto di alleanza con Adolf Hitler: l’Asse Roma-Berlino. Per avvicinarsi alla politica dei nazisti tedeschi, nel 1938 vennero emanate in Italia le leggi razziali contro gli ebrei.

Nel 1939 Mussolini decise di stringere ancora di più la sua alleanza con Hitler, perché era convinto che, al suo fianco, l’Italia avrebbe potuto diventare una grande potenza. Firmò quindi con la Germania nazista il Patto d’Acciaio, che prevedeva aiuto reciproco in caso di guerra.

Nel 1939, allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini fu colto di sorpresa, e decise di non entrare in guerra. Poi però, accorgendosi dei rapidi successi riportati da Hitler, temette di rimanere escluso dai benefici della vittoria e, il 10 giugno 1940, dichiarò l’entrata in guerra dell’Italia, a fianco della Germania.

La guerra, contrariamente alle speranze del Duce, non finì in pochi mesi. Anzi, si protrasse per tre lunghi anni, durante i quali l’esercito italiano subì dure sconfitte in Grecia e in Africa, oltre che gravi perdite in Russia.

Poi arrivò il 1943. Per alcuni fu la fine della guerra, per altri, come ho già raccontato in “Storia, magistra vitae – Marocchinate”, fu l’inizio di altre sofferenze.

I cosiddetti “congiurati” del Gran Consiglio del Fascismo votarono la sfiducia a Mussolini il 25 luglio di quell’anno, illudendosi che sacrificando il duce si sarebbe arrivati ad una rapida soluzione dei problemi; il re, e Badoglio, successore di Mussolini quale Capo del Governo, si illusero che avrebbero potuto fare marcia indietro con i tedeschi senza per questo pagarne il dazio; chi aderì alla Repubblica Sociale Italiana, regime esistito tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, voluto dalla Germania nazista e guidato da Benito Mussolini, al fine di governare parte dei territori italiani controllati militarmente dai tedeschi, si illuse di difendere l’onore della Patria; i partigiani si illusero di sostituire la dittatura fascista con quella del proletariato, trovandosi poi invece a dover sostenere l’occupante (non il liberatore) americano; il popolo italiano si illuse che la guerra era finita.

Quella notte tra il 24 e il 25 luglio del ’43 Mussolini accettò la deliberazione del Gran Consiglio che gli imponeva di rimettere tutti i poteri al re: ma Vittorio Emanuele III, il cui unico scopo era salvare sé stesso, lo fece arrestare quando Mussolini si presentò per formalizzare la cessione dei poteri.

Tutti i poteri furono affidati ai vertici dell’esercito che instaurarono una dittatura militare con a capo il Maresciallo d’Italia Badoglio. Del nuovo esecutivo nessun esponente politico ne faceva parte in quanto i partiti rimanevano fuori legge al pari del partito fascista nel frattempo sciolto.

Il nuovo governo si affrettò a rassicurare l’alleato tedesco circa la fedeltà dell’Italia e il proseguimento della guerra e nel contempo avviò segreti contatti con gli angloamericani per passare armi e bagagli dalla parte del nemico, nella patetica illusione di uscire indenni da una guerra che volgeva al peggio.

L’8 settembre 1943 arrivò l’annuncio di Badoglio che chiamò armistizio quello che in realtà fu pazzia: nel volgere di 24 ore i tedeschi divennero improvvisamente nemici e gli invasori americani alleati.

Chi non crede alle mie parole, lo vada a vedere in film pluripremiato di Luigi Comencini, “Tutti a casa”, nel quale uno sbigottito Alberto Sordi arriva a dire: “Signor Colonnello, i tedeschi si sono alleati con gli americani”, a dimostrazione della confusione e dello sgomento che quella decisione creò.

Decisione che servì soprattutto a scatenare l’ira vendicativa di Hitler.

Con il rovesciamento del fronte e il passaggio dell’Italia dalla parte degli angloamericani (che faceva presagire una rapida e vittoriosa conclusione del conflitto), si riorganizzarono i vecchi partiti che seppero, soprattutto quello comunista che aveva mantenuto una sua struttura clandestina, cogliere al volo quella insperata opportunità di tornare ad essere protagonisti della politica italiana.

La guerra invece continuò per altri 18 mesi e nel conflitto tra eserciti si inserirono i partigiani, alcuni smaniosi di ricostruirsi una verginità politica dopo essersi affermati grazie al regime, altri per attribuirsi delle onorificenze da spendere al tavolo della spartizione del potere alla fine del conflitto. E fu guerra civile.

E a fronte delle stragi perpetrate dai nazisti, come quella di Marzabotto e quella di Sant’Anna di Stazzema, i partigiani decisero che era arrivata ora di rendere pan per focaccia.

Codevigo è stata teatro involontario di uno di quegli episodi: quella che dal 29 aprile al 15 maggio del 1945 ha segnato una pagina dolorosa della nostra storia nazionale. Una pagina a lungo nascosta.

Cosa successe in quei giorni del 1945?

L’Ottava armata britannica attraversò il Po e marciava verso nord per ricacciare i tedeschi oltre confine. Aggregato agli inglesi c’era anche il Gruppo di combattimento “Cremona”, che faceva parte del Regio Esercito e fiancheggiava gli alleati.

C’erano anche i partigiani, quelli della 28ª brigata garibaldina “Mario Gordini”, sotto il comando di Arrigo Boldrini, mitico capo dalle superiori capacità organizzative. È importante sapere che sia gli effettivi del “Cremona” sia i partigiani erano tutti originari del ravennate. Arrivarono a Codevigo il 29 aprile: liberatori ma anche, com’era comprensibile, giustizieri.

Due esempi valgano per dare l’idea di come vennero “giustiziati” i condannati: Corinna Doardo, maestra elementare, fu prelevata dai partigiani che la sottoposero a sevizie tali che il medico accertò che solo un orecchio era rimasto intatto; dopodichè la fucilarono e abbandonarono il cadavere nudo nel cimitero.

Mario Bubola, figlio del podestà del paese, fu prelevato da casa e poi torturato. Tentarono di tagliarli il collo con del filo spinato; gli fu tagliata la lingua, infilatagli poi nel taschino della giacca, gli furono tagliati i testicoli che gli furono messi in bocca.

 Ma questo fu solo l’inizio: l’eliminazione, purtroppo “fisiologica” dei fascisti locali fu il primo passo di una resa dei conti che partiva da lontano. Soldati del Regio Esercito e partigiani erano tutti di Ravenna e dintorni, e avevano parecchi conti in sospeso. Appresero che camicie nere e formazioni repubblichine provenienti da Ravenna e provincia erano fuggite davanti all’avanzata alleata e poi si erano arrese ai CLN locali.

Probabilmente avevano degli elenchi precisi, con nomi e cognomi dei tre gruppi di fascisti: la Guardia Nazionale Repubblicana e la brigata nera del presidio di Candiana, la Guardia Nazionale Repubblicana dei presidi di Bussolengo e Pescantina, nel Veronese. Andarono a prenderseli.

I partigiani di Boldrini si presentarono ai compagni che custodivano i fascisti e se li fecero consegnare: promisero che li avrebbero portati a Ravenna per processarli, li caricarono sui camion e se li portarono via. Non arrivarono mai a Ravenna, non ci fu mai alcun processo: l’ultima fermata fu Codevigo.

Vennero ammazzati in luoghi diversi: nei campi, sugli argini del Brenta e del Bacchiglione, dentro a qualche casa colonica. I corpi furono abbandonati, o buttati in fiume. Erano tanti, e tutti senza documenti. La vendetta partigiana è stata una vendetta scientifica: cercata, voluta, programmata, eseguita. Tra gli uccisi, come al solito, c’era di tutto: chi era vissuto di ideali e chi questi ideali aveva tradotto in potere, soprusi, violenze. I ravennati del “Cremona” e di Boldrini ricordavano bene le gesta degli squadristi e dei fascisti ravennati come loro: stupri, omicidi, spedizioni punitive compiuti nella provincia di Ravenna per anni e anni, dagli albori del Fascio di combattimento fino agli ultimi tempi.

Una resa dei conti, violenze da lavare con il sangue e la rabbia di chi ha subìto ed ora vince.

Una ridda di cifre false, supposizioni, esagerazioni. In realtà gli uccisi furono 136. Di questi 18 erano di Codevigo, Pontelongo, Correzzola, Piove di Sacco almeno 64 residenti in provincia di Ravenna, e sugli altri non c’è certezza perché non sempre è stata possibile l’identificazione.

Ma lo stesso accadde a Oderzo, a Concordia, a Pescarenico, a Monte Manfrei, a Cadibona, a Rovetta, a Lovere, a Schio e in mille altri posti, dove non furono uccisi senza processo solo quelli che nel ventennio si erano macchiati di delitti, ma anche chi veniva semplicemente segnalato come collaborazionista o che si era consegnato per chiarire la propria posizione.

Come Jolanda Crivelli. Ausiliaria della Saf (Servizio ausiliario femminile della Repubblica Sociale Italiana), Jolanda Crivelli aveva solo 20 anni ed era la giovanissima vedova di un ufficiale del Battaglione M, ucciso a Bologna durante la guerra civile, in un agguato. Il 26 aprile Jolanda Crivelli raggiunse Cesena, la sua città natale, per tornare dalla madre, che viveva sola. Immediatamente, come capitava in quei terribili giorni, fu riconosciuta e additata da suoi concittadini ad alcuni partigiani comunisti: ”È una fascista, moglie di fascista!”. Percossa a sangue, torturata, violentata, denudata, fu trascinata per le strade di Cesena tra gli sputi della gente. Davanti alle carceri fu legata a un albero e fucilata. Il cadavere nudo, rimase per due giorni esposto a tutti come ammonimento per tutti i fascisti. Poi fu permesso alla madre di seppellirla.

Ma noi siamo un popolo che deve dimenticare.

Storia, magistra vitae – Marocchinate

Come avevo concluso in “Storia, magistra vitae – introduzione”, mi piacerebbe parlare di un paio di episodi accaduti durante il periodo che va dal 1943 al 1945. Prima però, un breve cenno a cosa era accaduto prima.

Negli anni ’30 del secolo scorso si verificò una crisi economico-finanziaria senza precedenti: se gli stati europei avessero avuto una visione globale con cui affrontare il problema, la questione sarebbe forse rimasta confinata negli USA, ma l’affannosa ricerca della sicurezza e l’affiorare di elementi di destabilizzazione interni all’Europa spinsero gli stati a chiudersi a riccio.

Così quando nel ‘29 si registrò un arresto del flusso dei crediti a lungo termine dagli USA, in Germania si verificò un’impennata inflazionistica e una crisi produttiva: per fronteggiare la situazione, Heinrich Brüning, allora cancelliere tedesco, avviò una politica di restrizioni finanziarie, che spinse i socialisti all’opposizione. L’asse della politica tedesca si spostò verso destra, ma a trarne vantaggio non fu il governo bensì l’opposizione più estremistica, rappresentata dal Partito nazionalsocialista di Hitler. Questo partito, che in precedenza aveva avuto un peso politico trascurabile, nelle elezioni del ‘30 ottenne più di 100 seggi.

Lasciati a sé stessi, i paesi europei affrontarono la crisi ciascuno secondo il proprio assetto politico e finanziario. Alcuni paesi, come la Francia furono meno colpiti; altri, come la G.B., si rifugiarono nel protezionismo; in Italia, il governo Mussolini avviò la nazionalizzazione delle industrie in crisi e i primi passi della politica autarchica.

L’avvento di Hitler al potere segnò il trionfo in Germania della volontà di rivincita e del progetto di recupero di antichi disegni di dominazione.

Hitler era nato in Austria, in un ambiente intriso di antisemitismo e pangermanesimo. Le sue idee divennero esplicite nel “Mein Kampf”; i 2 volumi furono dettati da Hitler durante la detenzione in carcere alla quale fu sottoposto in seguito alla partecipazione ad un fallito colpo di stato a Monaco.

È’ stato troppo facile, dopo la guerra, attribuire a un uomo solo la responsabilità della catastrofe. Fino al ‘39, infatti, Hitler fu aiutato, tollerato, blandito, nel suo disegno, da personalità che poi sarebbero divenute esponenti della cultura democratica.

Mentre Hitler, senza clamore, si riappropriava di territori di confine, ci furono due fatti che destabilizzarono una situazione già di per sé esplosiva: la conquista italiana dell’Etiopia e la guerra civile spagnola.

Questi due fatti procurarono una spaccatura tra i paesi europei e portarono alla conseguenza che si formarono due schieramenti: da una parte GB e Francia, dall’altra Germania e Italia (nonostante Mussolini avesse, nel ’33, convinto tutti ad aderire ad un trattato, mai ratificato formalmente, tra le quattro superpotenze).

Sabato 12 marzo 1938, Hitler invase l’Austria e senza sparare un colpo, ne prese possesso (la famosa anschluss, annessione).

Personalmente faccio partire la seconda guerra mondiale da questo episodio e non dall’invasione della Polonia, avvenuta nel 1939.

Così come l’inizio, anche la fine può avere due date di riferimento. Una è l’8 settembre del ’43, annuncio dell’armistizio da parte di Badoglio, l’altra è il 15 agosto del ’45, giorno della resa del Giappone dopo lo sgancio dell’atomica su Hiroshima e Nagasaki.

Già, il 29 aprile (e non il 25, che, come tutti sanno, è una data simbolica), giorno della resa della Germania, non fu l’ultimo giorno di guerra. Anzi, a dirla tutta, in Italia la fine della guerra va indicata con la data del 2 maggio ’45, giorno stabilito il 29 aprile, in realtà, con un trattato di resa.

Non sto qui a narrare le nefandezze della seconda guerra mondiale, che portarono alla morte più di 40 milioni di persone. Né come questo avvenne, con campi di sterminio e rastrellamenti di persone inermi; la seconda guerra mondiale è e resterà una delle pagine più brutte della millenaria storia dell’umanità.

Quello che voglio raccontare oggi è un episodio avvenuto durante il periodo che viene chiamato da alcuni come “guerra di liberazione d’Italia” e da altri come “guerra civile italiana”, perché vide lo scontro, oltre che tra italiani e tedeschi, che arretravano da sud verso nord, anche tra italiani e italiani. Prima però, voglio parlare di uno scrittore italiano.

Alberto Pincherle, vero cognome di Moravia, nacque nella capitale il 28 novembre 1907 dall’unione tra Carlo Pincherle, un benestante ebreo veneziano, e Teresa Iginia De Marsanich, cattolica, anconetana e di estrazione sociale decisamente più umile.

All’età di soli nove anni, nel 1916, il piccolo Alberto si ammalò gravemente di tubercolosi ossea, da cui guarirà definitivamente solo verso la maggiore età, e non senza strascichi. La malattia lo costrinse a letto per cinque lunghi anni, due dei quali trascorsi nel sanatorio dell’Istituto Codivilla di Cortina D’Ampezzo.

Il riposo e l’immobilità forzata crearono però l’occasione per il giovane Moravia di potersi dedicare molto a lungo alla lettura, e trova particolare ispirazione in Dostoevskij. Durante il ricovero all’Istituto Codivilla Moravia ampliò la sua conoscenza delle lingue, aggiungendo alla padronanza del francese quella dell’inglese e del tedesco.

A soli 18 anni scrisse “Gli indifferenti”, che ebbe un notevole successo e gli aprì le porte dei migliori ambienti letterari romani. Per le sue origini ebraiche però, dovette aspettare la fine della seconda guerra mondiale per ricominciare a scrivere senza essere censurato.

Dopo “La romana” e soprattutto in seguito dell’importante esperienza dei “Racconti romani” che avvicinarono lo scrittore alla corrente neorealista, Moravia ambientò il romanzo ”La ciociara” nella Roma delle fasi conclusive del secondo conflitto mondiale.

Le protagoniste sono due donne: Cesira, vedova, gestisce con la figlia Rosetta un piccolo negozio e, negli anni della guerra, si dedica anche alla borsa nera; il tutto per garantire alla figlia un futuro economicamente migliore.

Sfollate dopo il settembre 1943, le due donne si dirigono verso Vallecorsa, in Ciociaria, ma il loro treno s’arresto presso Fondi; qui le due protagoniste entrano in contatto con i contadini del posto, che le soccorrono e le ospitano.

Poi, nel paesino di Sant’Eufemia, Cesira e Rosetta conoscono, tra gli altri, Michele, giovane intellettuale comunista fortemente critico non solo della dittatura fascista, ormai allo sfascio, ma pure della mentalità generale degli sfollati, intenti solo a godersi la momentanea pace e non affatto interessati alle sorti future del paese.

Nel mentre, la linea del fronte avanza, ed aumentano i bombardamenti (in uno di questi Tommasino, negoziante del paese, impazzisce di paura e muore poco dopo) e i rastrellamenti dei nazifascisti, così da costringere Michele e le due donne a rifugiarsi in montagna, e ad incontrare molte difficoltà per procurarsi da mangiare.

 A partire dallo sbarco alleato ad Anzio del gennaio del 1944 la situazione precipita: Michele è sequestrato da soldati tedeschi in fuga per far loro da guida (si apprenderà in seguito che verrà ucciso dopo aver provato a difendere dei contadini), mentre Cesira e la figlia sono nuovamente sfollate, e, al ritorno a Vallecorsa, dei soldati alleati di passaggio violentano Rosetta.

Il ritorno a Fondi (accompagnate da Clorindo, un commerciante che ha dato loro un passaggio) modifica i rapporti tra madre e figlia, dato che Rosetta trascorre spesso le sue serate con Clorindo, già sposato.

Il capitolo conclusivo del romanzo vede le due donne tornare a Roma, su cui Cesira proietta, ricordando le parole e gli insegnamenti di Michele, il proprio desiderio di una vita futura serena e libera dalle sofferenze della guerra.

Questi fatti in realtà, sono quasi autobiografici, in quanto Moravia e sua moglie, Elsa Morante, si trovarono sul serio nelle condizioni descritte nel romanzo. Dovettero scappare (Moravia era ebreo, ricordate?), rifugiarsi, nascondersi ed assistere a quello che accadde durante la liberazione.

La liberazione in Italia partì da Sud verso Nord e mentre gli “alleati” avanzavano, i tedeschi arretravano, lasciando una scia di sangue sul loro cammino. La campagna alleata, guidata prima dal generale Dwight Eisenhower e poi dal generale Harold Alexander, fu caratterizzata da una serie di sbarchi e da sanguinose battaglie di logoramento lungo le successive linee difensive approntate dall’esercito tedesco.

Le truppe alleate, costituite da contingenti provenienti da molteplici nazioni, furono ostacolate dall’aspro territorio appenninico, dalle difficoltà climatiche e dalla tenace resistenza tedesca che provocarono forti perdite e il lento avanzamento del fronte. Roma non venne liberata fino al 4 giugno 1944 mentre la Linea Gotica (che andava lungo gli appennini da Massa Carrara a Pesaro) fu superata solo nell’aprile 1945, quando l’offensiva finale alleata permise di raggiungere la pianura Padana e il 2 maggio 1945 costrinse alla resa le forze tedesche in Italia.

Alla campagna d’Italia presero parte anche alcuni reparti della Repubblica Sociale Italiana che combatterono a fianco dei tedeschi e le formazioni del Corpo Italiano di Liberazione che invece combatterono insieme agli eserciti alleati.

Nel 1942, gli americani sbarcarono ad Algeri e le truppe coloniali francesi del Nord Africa si arresero senza sparare un colpo. Il generale francese Charles De Gaulle attinse a questo personale militare per creare il Cef: Corp Expeditionnaire Français, costituito per il 60% da marocchini, algerini e senegalesi e per il restante da francesi europei, per un totale di 111.380 uomini ripartiti in quattro divisioni.

Vi erano però dei reparti esclusivamente marocchini di “goumiers” (dall’arabo qaum) i cui soldati provenivano dalle montagne del Riff ed erano raggruppati in reparti detti “tabor” in cui sussistevano vincoli tribali o di parentela diretta. Erano in tutto 7.833, indossavano il caratteristico burnus arabo, vestivano una tunica di lana verde a bande verticali multicolori (djellaba) e sandali di corda. Erano equipaggiati non solo con le armi alleate ma anche con il tipico pugnale ricurvo (koumia) con il quale, secondo una loro antica usanza, tagliavano le orecchie ai nemici uccisi per farne collane e ornamenti (in particolar modo i tedeschi ne fecero le spese). Il loro comandante era l’ambizioso generale Alphonse Juin.

Quello che accadde in quei giorni ha dell’inverosimile.

Gli alleati, grazie all’aiuto dei “goumiers”, sfondarono la “linea Gustav”, che si estendeva dalla foce del fiume Garigliano, al confine tra Lazio e Campania, fino a Ortona, comune costiero in provincia di Chieti, passando per Cassino, nel frusinate, le Mainarde, gli Altopiani Maggiori d’Abruzzo e la Majella.

La linea cedette nel maggio del 1944 costringendo i tedeschi sulla linea successiva, la Adolf Hitler. La seconda linea era posta a circa 10 km dalla precedente ed aveva il compito di contenere eventuali cedimenti della linea Gustav. La Linea Hitler cedette alla fine di quel terribile maggio del 1944.

Per incentivare i combattenti allo sfondamento della Gustav il generale Alphonse Juin promise ai “goumiers” 50 ore di libertà. Secondo alcune fonti (mai verificate, in verità) il generale Juin pronunciò il seguente discorso, che apparve su dei volantini tradotti in francese ed in arabo:

“Soldati! Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori del mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che troverete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete.”

In quelle 50 ore (che in realtà furono molti giorni) accadde ogni misfatto che l’essere umano sia in grado di compiere: i marocchini saccheggiarono paesi e borghi, perpetrarono violenze fisiche e sessuali sulla popolazione inerme. Tra i paesi colpiti vi fu il comune d’Esperia. Il sindaco affermò che oltre 700 donne furono stuprate ed alcune di loro morirono in seguito alle violenze riportate durante i forzati atti sessuali. Molte di queste donne subirono lo stupro alla presenza dei mariti, o dei genitori quando si trattava di bambine. Molti uomini furono uccisi perché tentarono con ogni mezzo di difendere le proprie donne, o bambine quando si trattava di padri di famiglia. Il parroco del paese nel disperato tentativo di difendere le donne fu catturato, legato ad un palo e sodomizzato per due giorni sino al sopraggiungere della morte, probabilmente tanto sperata in quei dolorosi momenti.

Le violenze in realtà iniziarono in Sicilia subito dopo lo sbarco del ‘43 e proseguirono nel Lazio ed in Toscana sino allo spostamento della guarnigione marocchina in Provenza. Gli stessi soldati furono impiegati nell’aprile del ‘45 in Germania, dove avvennero eventi analoghi con violenze su donne e bambine.

Ma mentre in Sicilia la popolazione riuscì ad impedire certe efferatezze, ed in Provenza non si registrarono casi simili, nella ciociaria accadde di tutto.

I numeri delle vittime non sono certi, alcune fonti parlano di alcune migliaia, altre arrivano fino a 60 mila. Nel 1952 la deputata del Pci Maria Maddalena Rossi presentò un’interrogazione parlamentare sulle cosiddette “marocchinate”. Dal dibattito venne fuori che il governo riteneva attendibile la cifra di 20 mila vittime di violenze.

E se le donne anziane non vennero risparmiate da percosse e abusi, alle giovani andò ancora peggio: vissero decenni con il marchio d’infamia della “marocchinata”, restarono incinte degli stupratori, morirono suicide o divorate dalle malattie veneree rese letali dalla povertà e dalle scarse condizioni d’igiene.

Il Vaticano chiese e ottenne che i Goumiers non entrassero a Roma. Non andò bene invece ai senesi, nella cui provincia i reparti maghrebini si resero di nuovo protagonisti di violenze dopo aver scacciato i nazisti verso nord.

Nei libri di scuola tutto questo non appare, come dimenticati sono gli eventi relativi alle Pasque Piemontesi, al Sacro Macello, alla strage dei bimbi della scuola di Gorla ed altri eventi dolorosi che non rispettano il politically correct.

Non dobbiamo offendere i liberatori. Non possiamo parlare male degli alleati, chiunque essi siano. Ma siamo tenuti a ricordare sempre, a ricordare tutto.

Storia, magistra vitae – introduzione

Il nostro paese non ha memoria.

Siamo un popolo che non ha il coraggio di ricordare.

Lo studio della storia è, a differenza di quello che si pensa, molto complesso. Più si scava nel passato, più le fonti si ingarbugliano e si confondono.

Ma prima di parlare di storia, voglio parlare di George Orwell.

Eric Arthur Blair nacque in India nel 1903 da una famiglia di origine scozzese; trasferitosi in Inghilterra all’età di 4 anni, studiò in una scuola cattolica e successivamente ad Eton, con Aldous Leonard Huxley come insegnante. Huxley era un famoso scrittore, autore di vari romanzi, su cui spiccava tra tutti “Brave New World”, “Il mondo nuovo”, nella pessima traduzione del titolo che fu fatta all’epoca, in quanto venne ignorata la parola “brave”, intesa come “eccellente” nell’accezione shakespeariana.

Il romanzo di Huxley era del genere di “fantascienza distopica”: per distopia s’intende la descrizione di una immaginaria società o comunità altamente indesiderabile o spaventosa, con la parola “distopìa” coniato come contrario di utopia.

Leggetelo, se potete.

Preso il nome d’arte di George Orwell, Eric visse una vita abbastanza movimentata: si arruolò nella Polizia Imperiale Birmana, si licenziò, visse quasi un anno in condizioni misere, iniziò a scrivere come giornalista, si arruolò di nuovo (questa volta contro il dittatore Franco in Spagna), fu ferito e ricominciò a scrivere.

Dopo la seconda guerra mondiale e dopo la morte della moglie, scrisse quelli che sono i suoi due capolavori: “Animal Farm” (La fattoria degli animali) e “1984”.

La sua scrittura, pur esprimendo concetti complessi, è chiara ed adotta parole ben comprensibili: la fattoria degli animali in particolare è stato più volte usato come lettura nei corsi di lingua inglese per stranieri. Io stesso ricordo di averla letta da piccolo.

Esso è, sotto la parvenza di una favola per bambini, un’acuta parodia del comunismo centralista realizzato in Unione Sovietica: in una fattoria gli animali si ribellano ad un padrone umano crudele e dispotico ma la rivoluzione si trasforma in una nuova tirannia capeggiata dai maiali, corrotti e avidi di potere come gli uomini, e riassunta magistralmente dall’icastico motto: “Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri”.

Orwell ammonisce a dubitare delle rivoluzioni pur ritenendole necessarie, a dubitare del nostro stesso pensiero, perché esso a sua volta potrebbe essere condizionato da un linguaggio costruito ad arte per incarcerare/sedurre la nostra mente.

Proprio in “1984” immagina e descrive una nuova lingua, la “neolingua”, nell’originale “newspeak”, cioè “nuovo parlare”.

Fine specifico della neolingua non è solo quello di fornire, a beneficio degli adepti del partito di maggioranza, un mezzo espressivo che sostituisca la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Una volta che la neolingua si è radicata nella popolazione e la vecchia lingua viene completamente dimenticata, ogni pensiero eretico (cioè contrario ai princìpi del partito) diventa letteralmente impossibile, almeno per quanto attiene a quelle forme speculative che derivano dalle parole.

Ad esempio, Orwell sostituisce i comparativi e i superlativi con i prefissi “più-” e “arcipiù-“, e i contrari con “s-“: partendo da “buono, si ottengono “piùbuono”, “arcipiùbuono”, “sbuono”, “piùsbuono”, rendendo superflua un’ampia serie di vocaboli come “ottimo”, “migliore”, “cattivo”, “pessimo”, “peggiore”, “orrendo” e così via; così l’obiettivo finale della neolingua, cioè quello di impedire la formazione di un qualunque pensiero contrario ai principi del partito di maggioranza, viene raggiunto nel giro di una/due generazioni: anche se non rende impossibile l’uso di affermazioni sovversive come “Il Grande Fratello è arcipiùsbuono”, comunque impedisce il poterle motivare in modo ragionevole, rendendole di fatto dei nonsense.

Un’altra persona di cui voglio parlare, prima di affrontare il tema storico, è Joseph Paul Goebbels, Reichsministerium für Volksaufklärung und Propaganda (dal tedesco: Ministero del Reich per l’istruzione pubblica e la propaganda) durante la seconda guerra mondiale.

Fu lui a ispirare, con i discorsi alla radio, le prime campagne e le violenze antisemite culminate nel 1938 nel pogrom della “Notte dei cristalli”.

Il “dottor Goebbels” di sé diceva di considerarsi “l’uomo meglio e più informato del mondo”. Alasdair MacIntyre, filosofo morale scozzese, già professore di Filosofia a Boston e in altre università americane, lo ha definito “il più abile psicologo di tutti i tempi”.

Fu il primo comunicatore moderno. Il più grande pubblicitario mai esistito. È di Goebbels la massima secondo cui “una menzogna ripetuta all’infinito diventa la verità”.

Negli ultimi tempi è scoppiata la polemica delle “bufale”: non parlo della femmina del bufalo, che produce un latte da cui si fa la mozzarella, ma le affermazioni false o inverosimili che servono a raccogliere clic o, nel peggiore dei casi, ad hackerare i computer o i cellulari degli ingenui che le condividono.

Non voglio addentrarmi in questo aspetto della faccenda, quanto piuttosto dell’uso che si fa dell’informazione oggigiorno.

I mezzi d’informazione servirebbero per far conoscere alle persone di differenti luoghi notizie di vario genere. È un notevole vantaggio generazionale, quello di essere informati di come va il mondo intorno a noi.

Pensate a un contadino di un paesino del Medioevo. Viveva ignorando qualunque cosa che non fosse il suo campo da coltivare o il mercato del paese vicino. La situazione attuale dovrebbe essere migliore, se…

Se l’informazione fosse data in modo corretto, non a fini propagandistici, senza scopi occulti, e forse la gente vivrebbe meglio di quel contadino.

Ma così non è.

Intanto partiamo da uno dei luoghi dove le cose si dovrebbero imparare: la scuola. La routine della scuola, i libri di testo, le lezioni, le interrogazioni, non promuovono certo la passione della ricerca, né negli insegnanti, né negli studenti. E la storia è ricerca.

E la storia si impara sui libri di testo, detti anche manuali.

Il manuale è infatti il primo strumento di informazione nelle mani degli studenti, o per lo meno il più autorevole: ha quindi la grande responsabilità di definire la Storia con la “S” maiuscola, quella che verrà ritenuta vera da chi legge, anzi studiata, fatta quindi propria. Si tratta di un canale comunicativo particolare, perché per sua stessa definizione stabilisce con il lettore modello un contratto di lettura pedagogico, che presuppone una fiducia cognitiva illimitata nell’enunciatore.

All’approssimarsi della stesura dei nuovi programmi, si intensificano convegni e interventi nel corso dei quali storici e uomini di cultura si alternano nel dire la loro, per spingere il ministro (e i suoi gruppi di lavoro) verso questa o quella direzione. Nel corso di questo dibattito, dai toni a volte molto accesi, una delle clausole argomentatorie più ascoltate è quella della “scomparsa della memoria, della storia, o dell’identità”.

Viene usata indifferentemente da chi sostiene l’insegnamento cronologico della storia, o quello tematico da chi punta tutto sul novecento o sul recupero di peso della storia antica, e minacciata se non si segue – o più spesso, se non si conserva – la modalità di lavoro che viene perorata. Questo è uno dei casi nei quali una modesta competenza didattica aiuta ad evitare figure peregrine.

Infatti, anche a dare uno sguardo rapido ai comportamenti didattici degli altri Paesi e a conoscere un po’ di storia dell’insegnamento della storia, si conclude che non c’è innovazione, modalità di insegnamento e tipo di programma che non siano stati provati in questa o in quella nazione a volte per molti anni: insegnare per temi, problemi, il vicino o il lontano, storia ‘”dall’alto” o “dal basso”, di genere identitaria o mondializzante, della nazione o del mondo.

La maggior parte delle proposte per le quali la disputa è stata già provata e, di conseguenza, la maggior parte di esse è stata scartata, senza che per questo motivo noi si abbia notizia che per esempio, in Francia, dove si studia una storia molto contemporanea (si pensi che l’ultimo anno si fa storia dal 1945 a oggi), ci sia stata una perdita improvvisa di memoria storica o che in Germania, dove si fa storia tematica nelle superiori, i giovani abbiano perso il senso del tempo; o che l’Inghilterra, dove dal 1990 si studia un programma che alterna momenti di storia mondiale e nazionale, sia attualmente interessata da epidemie di disorientamento temporale.

In Italia resta invece insoluto il nodo dell’inserimento nei programmi di alcune vicende successive al 1918, del fascismo e dell’antifascismo, della guerra e della resistenza, nonché di quello che è accaduto dopo.

Ma non di tutte le storie. Evidentemente ci sono storie che meritano di essere conosciute e storie che possono essere relegate nell’oblio. Secondo il principio logico del filosofo greco Parmenide (l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può essere), applicando quello che dicevo all’inizio su Orwell e Goebbels, alcune storie sono relegate lì, in un angolino. Con la speranza che nessuno le ricordi più.

Ma, come dicevo, il mondo moderno è sì foriero di bufale in quantità industriali ma anche di testimonianze di chi la storia l’ha vissuta sulla propria pelle.

Oggi si contano sulla punta delle dita i testimoni di quei tempi, e la generazione di mio figlio non potrà mai ascoltarne le testimonianze, ma solo leggerli sui libri di storia. Così, Mussolini sarà come Napoleone o Cesare: il problema è un altro, però.

Se io scrivessi un libro di storia, per dire, dello sport, indicherei il 2006 non solo come l’anno in cui la Nazionale Italiana ha vinto i Mondiali di calcio, ma anche come quello in cui la Juventus è stata “ingiustamente” retrocessa in serie B. E l’argomenterei, il motivo della supposta ingiustizia. Questo perché vedo le cose dal mio punto di vista (sono juventino).

Se lo stesso libro lo scrivesse un tifoso di un’altra squadra, di Milano e a strisce neroazzurre, la descrizione dei fatti sarebbe sicuramente di un altro tenore.

Ed è un po’ quello che è sempre successo nella storia dell’uomo.

Un po’ simile è il processo che si è verificato nel 2001, quando i talebani distrussero i monumenti delle altre religioni presenti nel territorio afgano, così come insegnava Orwell, per cancellarne dalla memoria delle generazioni future l’esistenza. O quello che vogliono fare i revisionisti statunitensi in questi giorni, distruggendo i simboli che ricordano lo schiavismo. Grosso errore, come dicevo nell’incipit. Se un popolo non ha memoria, perde la capacità di ricordare. E di imparare dal passato.

C’è chi nega addirittura l’olocausto.

Quando arrivò nei campi di concentramento nazisti, Eisenhower pretese che fossero lì condotti tutti gli abitanti tedeschi delle vicine città per vedere la realtà dei fatti e che, suddetti civili, fossero costretti a sotterrare i corpi dei morti.

E poi spiegò: “Che si abbia il massimo della documentazione possibile – che siano registrazioni filmate, fotografie, testimonianze – perché arriverà un giorno in cui qualche idiota si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo”

Perché un giorno arriverà qualche idiota che si alzerà e dirà che tutto questo non è mai successo: da ripetere, incorniciare e santificare questa frase. Racchiude il senso della storia.

Doveva conoscere molto bene l’animo umano il Generale: basti pensare al fatto che la qualcuno vorrebbe rimuovere l’Olocausto dai suoi programmi scolastici perché “offensivo” nei confronti della popolazione musulmana che afferma che l’Olocausto non è mai esistito.

Quanto durò la seconda guerra mondiale? Dipende dai punti di vista.

In Italia la liberazione durò quasi due anni, dall’8 settembre del ’43 al 25 aprile del ’45. Perché durò 2 anni? Lo insegnano a scuola? A me, non lo ha insegnato nessuno.

Le date, quelle certo, me le hanno dette. Ma perché avvenne e soprattutto, che cosa avvenne, quello no, non “ce la facevamo”, perché indietro con i programmi…

Nei prossimi due articoli, di cui questo rappresenta il cappello introduttivo, parlerò di due fatti che mi hanno colpito particolarmente e che accaddero proprio in quegli anni, tra il 1943 e il 1945.

Spero abbiate la pazienza di seguirmi. Alla prossima.